Il dramma d’amore per i Taviani: “Una questione privata”



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Una questione privata: la recensione del dramma d’amore dei fratelli Taviani tratto dal romanzo neorilista di Beppe Fenoglio

Durante i combattimenti della guerra di liberazione nelle Langhe, il partigiano Milton si divide tra i combattimenti contro i nazifascisti, l’amicizia per i compagni di brigata e il suo amore clandestino per Fulvia controcorrente agli orrori e agli avvenimenti della guerra. Milton ben presto dubiterà che quell’amore per cui si arrischiava e per cui combatteva è nella mani del suo miglior amico partigiano, di un’altra brigata, con cui è cresciuto assieme. Il dramma d’amore per i fratelli Taviani.

Quando sovente si parla del cinema di Paolo e Vittorio Taviani come di quello di Ermanno Olmi o del più giovane Marco Bellocchio, c’è chi sbuffa o storce il naso, quasi a dire che il loro cinema è così monumentale, così radicato da sembrare troppo classico, troppo polveroso e passato. E’ lo stesso quando molto spesso si parla di Alessandro Comodin, che a differenza dei tre registi sopra citati, ha solo 35 anni.

Lo si capisce ben presto, che allora, il problema non risiede nell’età ma nella profonda consistenza che hanno dato al cinema del passato e che stanno dando a quello del presente. Perché tutti e quattro sono accomunati da una forte autorità ben radicata, che se per certi versi si fa stanca analizzando la carriera dei primi tre, dovuta anche all’età, alla mancanza di idee che non sono accattivanti e forti per la contemporaneità e alla grinta filologica nel trasporre libri che risultano spenti agli occhi del lettore di oggi, per l’ultimo, Comodin diventa semplice caterva stilistica che non porta a nulla, se non a un recondito cinema del passato che non serve più a nulla e nessuno.

Ma il problema vero del nuovo cinema italiano è quello di parlare troppo della sua morte e di immolarla ad unica possibilità, problema più del pubblico che dei cineasti. E’ quella anche e soprattutto, di non aprire le porte ad un cinema del passato che anticipa qualcosa del cinema del futuro, come dimostra Comodin che di idee in realtà, ne ha tante.

Con la mescolanza di realismo e fantastico, con il suo raccontare sogni, incubi e allucinazioni nel linguaggio spoglio e immediato del cinema verità Paolo e Vittorio Taviani non solo si rifanno ad un cinema lirico che loro stessi con i compagni registi di quegli anni hanno creato, ma dettano una strada poderosa e rigogliosa verso un cinema, che come dimostra Comodin, a soli 35 anni, con tutti i suoi toni acerbi è più una novità che una ridondanza.

Una questione privata, tratto dal libro neorealista di Fenoglio che Calvino accostò all’Orlando Furioso per contenuti più che per dialettica, è un’opera dove i fratelli Taviani dimostrano la loro smodata passione per lo studio filologico unita indissolubilmente alla loro idea di rappresentazione del passato unificandolo, universalizzandolo, tematizzandolo a archetipi della vita e dell’umanità del presente così estemporanei da avere ancora parola e grinta da vendere. Archetipi come l’amore, la follia tanto cara al Bellocchio e la Storia. Un cinema necessario che trova nei due fratelli ultraottantenni se non un’audacia una forza, un lirismo, una consapevolezza che gli permettono di aver tutt’ora una forte assimilazione e un forte impatto con il cinema del presente.

Perché se è vero che i Fratelli Taviani prendono solo la linea sottile del racconto amoroso di Fenoglio storicizzandola, è anche vero che firmano un’opera incantevole, senza tempo, con più di qualche scena indimenticabile, dove il romanzo cavalleresco e la favola vicina al racconto calviniano del Novecento e alla rappresentazione della follia pirandelliana si intersecano così brillantemente e nitidamente da far sbiancare l’intero cinema italiano dedito fin troppo agli stilemi della commedia polanskiana e al vetriolo.

I fratelli Taviani usano una poliedricità di linguaggi, una moltitudine di soluzioni visive, con una consapevolezza mai senile, ma sempre nuova e suggestiva. Si permettono all’età di ottantasei anni di osare con zoom, di soffermarsi su sipari grotteschi per raccontare di una Storia, che ha bisogno di essere sempre ottimizzata nel linguaggio filmico per essere ragionata, perquisita, studiata, compresa. Camminano di fianco ad un cinema ultra-contemporaneo, senza mai raggiungerlo completamente come il protagonista Milton per raggiungere una maggior consapevolezza. La consapevolezza che la Storia, la nostra Storia come l’amore, l’amore universale, sono non solo diatriba come ci ha insegnato il tempo, ma anche punto di arrivo appassionato del Cinema.

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