Festa del lavoro e caporalato: nuove forme di schiavitù



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Il mondo senza regole e diritti del caporalato e delle Agromafie. Unico comandamento: ama il denaro come te stesso

Il Mezzogiorno da sempre è stato caratterizzato da un’ economia prevalentemente agricola. Per la sua particolare storia, nelle campagne, ha conosciuto una situazione lavorativa ferma al medioevo. Nel 1800, sino ad inoltrato 1900, persisteva il latifondo in cui le condizioni dei lavoratori erano ai margini della schiavitù.

Nonostante le tante conquiste ottenute dai lavoratori attraverso battaglie sindacali e politiche, oggi si ha una nuova forma, ma al tempo stesso antica, di sfruttamento: il caporalato. Il caporalato è un’ organizzazione illegale che sfrutta la forza lavoro nelle campagne. Dal terzo rapporto “Agromafie e caporalato” , realizzato dall’ osservatorio Flai Cgil, emerge che i lavoratori sfruttati sono sia italiani che stranieri. Essi lavorano 12 ore al giorno, sotto il sole, fino a morire di fatica. Ai margini dei campi dove vengono prodotte le primizie “made in Italy” ci sono esseri umani costretti a vivere in tendopoli o ghetti, che formano un microsistema dove l’unica legge è quella del caporale.

Nelle campagne pugliesi, italiani e stranieri formano un unico “esercito di schiavi”, senza distinzioni, uniti dalla sofferenza dei maltrattamenti subiti. Tutti, infatti, non hanno un contratto, hanno un salario tra i ventidue ed i trenta euro al giorno (in parte ceduti al padrone), e muoiono tra violenze, ricatti, abusi. Tra le vittime italiane ricordiamo Paola Clemente (49 anni) morta in un campo presso Andria, mentre lavorava all’ acinellatura dell’uva per due euro l’ora.

Il caporalato è un prodotto della globalizzazione. Il fenomeno spiegato da Yvan Sagnet: un “Di Vittorio” dei nostri giorni

Yvan Sagnet è laureato in ingegneria delle Telecomunicazioni a Torino. Sindacalista della Flai Cgil, Yvan Sagnet, nel 2011, ha scosso ed unito le coscienze dei braccianti stranieri con uno sciopero. Grazie a questo sciopero, contro  il caporalato nelle campagne di Nardò, nello stesso anno, è stata approvata la legge penale contro il caporalato.  Yvan Sagnet ha raccontato questo fenomeno schiavista la cui origine è spesso analizzata in modo superficiale. Uso comune è, infatti, collegare il caporalato agli immigrati (come afferma una certa classe politica). Il caporalato, spiega Sagnet, non caratterizzava la società contadina pre-industriale, ma ha le sue radici nello sviluppo industriale del 1800. L’inasprimento è stato provocato dalla globalizzazione che ha caratterizzato il 1900. Il caporalato, infatti, è espressione di una politica neo- liberista che si è imposta alla fine degli anni ’90. Esso assume una forma di crudeltà più sottile ed emotivamente più efferata, quando si tratta di migranti. Il caporalato migrante ha origine tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 del 1900, quando le città furono attraversate da una forte industrializzazione. In quel periodo molti lavoratori italiani abbandonarono le campagne per raggiungere le zone industrializzate. I campi furono occupati dagli immigrati che, ancora oggi, a causa della loro vulnerabilità giuridica, subiscono ricatti e abusi. I lavoratori stranieri della terra non hanno alloggi, e sono costretti a vivere in ghetti.

Il Ghetto di Rignano: l’ultima tragedia consumata tra i campi pugliesi

Il Ghetto di Rignano in Estate ha sempre accolto oltre 800 persone, le quali hanno vissuto come fantasmi ai margini della società e dello Stato. Yvan Sagnet racconta le vicende del Getto, in cui lo Stato è stato assente e, a causa della collusione dei datori di lavoro con la mafia, era impossibile ribellarsi. Spesso, in tono di critica verso lo Stato che non ha mai affrontato il problema,  si è ricordato che il Comune di San Severo forniva acqua potabile al Ghetto. Il semplice assistenzialismo, però, è pari alla non curanza. Sagnet afferma che sono i datori di lavoro a gestire l’economia locale, condizionando la risposta dello Stato. Gli ispettori effettuavano controlli raramente e, quando arrivavano, i datori di lavoro erano avvisati per tempo. Nel 2011 il governo ha reso penalmente punibile il caporalato, ma non colpisce i veri sfruttatori. Arrestato un caporale, ne arriva un altro. Il problema, invece,  va risolto alla radice: colpire i datori di lavoro, e per colpirli, afferma Sagnet, bisogna agire dal basso”. Continua: “ Quando a Nardò abbiamo scioperato i nostri datori di lavoro, persone che non avevamo mai visto prima, sono venute a pregarci di andare a raccogliere i pomodori che stavano marcendo sulle piante. Quel giorno ci siamo resi conto della nostra forza. Ma anche lo Stato deve fare la sua parte: uno strumento efficace potrebbe essere quello del collocamento pubblico, soppresso in Italia all’inizio degli anni ’90 in seguito alle liberalizzazioni, che renderebbe più trasparente l’incontro tra domanda e offerta di lavoro nel settore agricolo. In questo modo si toglierebbero in un colpo solo gran parte dei braccianti dalle mani dei caporali”.

Il Sindacato è davvero da “rottamare” perchè diventato obsoleto e fuori moda?

Il caporalato, quindi, non è che l’ultimo anello di una catena di sfruttamento nella filiera agricola. I veri responsabili sono le imprese, le industrie di trasformazione e la grande distribuzione che, secondo i dettami della globalizzazione che impongono il ribasso dei prezzi, causano la diminuzione dei salari. Si potrebbe affermare che l’unico comandamento è “ama il denaro ed il profitto come te stesso” . Il caporalato è, come direbbe Marx,  espressione di una cultura che vuole le imprese come cuore pulsante della società, il lavoro come merce ed il mercato come unico regolatore sociale. A questo bisogna aggiungere corruzione e criminalità in un epoca in cui il valore umano, confrontato a quello del denaro e del massimo profitto, è pari a zero. Alla luce di queste vicende, e di molte altre, e dei dibattiti riguardo l’utilità o meno dei sindacati, sorge una domanda: possiamo davvero fare a meno di questa Istituzione? I sindacati  devono, invece, essere esortati a non allontanarsi dalle masse lavoratrici e ad impegnarsi a ricucire glie strappi creati in questi ultimi anni. Anche la politica dovrebbe fare la sua parte non permettendo l’avanzamento di leggi che non rafforzano i diritti dei lavoratori e, anzi li indeboliscono (come l’abolizione dell’ art.18).

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