“Fuggi da Foggia…” per colpa di Nondarò

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ragazzo

Lo sapevate che il modo di dire più caro a noi foggiani (e a chi parla di noi), lo dobbiamo ad un certo Nondarò?

“Fuggi da Foggia, non per Foggia, ma per i foggiani”: questa frase non ha bisogno di tante presentazioni. Sfidiamo chiunque, foggiani e non, a non averlo mai sentito o, addirittura, pronunciato. E quante altre volte, ancora, lo abbiamo trovato scritto su i muri dei nostri edifici? Adirittura Pio e Amedeo, i comici nostrani, lo hanno utilizzato per farci una canzone.

L’uso che ne facciamo è immediatamente intuibile: si tratta di un’esortazione  ad abbandonare questa città, a lasciarla al suo destino, ormai segnato dalla mancanza di futuro per i giovani e da un alto tasso di criminalità. Giusto? No, è assolutamente sbagliato! Il significato di questo detto, in realtà, è tutt’altro, lontano anni luce dal fare riferimento alla popolazione foggiana.

Facciamo un (bel) passo indietro nel tempo: siamo nel 1887, più precisamente è il 19 giugno. Sul giornale satirico foggiano “L’Ape”, in seconda pagina, compare per la prima volta questo detto, in una riflessione buttata giù da Nondarò, pseudonimo sotto il quale si cela il nome di Giuseppe Adabbo, un avvocato napoletano. Adabbo, oltre ad essere un avvocato, era anche redattore del foglio satiro “La Follia”, distribuito nella sua città e nella nostra; entrando così in contatto con il nostro territorio, l’avvocato scrittore, iniziò saltuarie collaborazioni anche con i fogli satirici foggiani, tra cui, appunto, “L’Ape”.

A cosa pensava Nondarò, quando disse "Fuggi da Foggia..."?
A cosa pensava Nondarò, quando disse “Fuggi da Foggia…”?

Il testo del detto

Nell’articolo in questione, Nondarò si rivolge, tramite alcuni versi, al suo amico foggiano Francesco Parisi. Così gli scrisse:

«È mezzogiorno, e il sole maledetto / m’infiamma addirittura il cervelletto… /Ho il respiro affannoso, e nel polmone / par che bruciasse un pezzo di carbone… / Deh, sorreggimi, amico mio, per pietà / Non far ch’io crepi nella tua città… /È bella Foggia, sissignore è bella: / ci ha la sua villa ricca di mortella, /un boschetto poetico, ridente,/ col lago, con la grotta e col…pe zzente; /un teatro elegante, larghe vie, /magazzini di mode, birrarie; /ci ha settecento e più fosse pel grano, chi ha il vecchio Lanza col bastone in mano; /belle ragazze, svelti giovanotti, /e vanta pur parecchi patrioti: /E’ bella Foggia, sissignor, lo so, / ma a Foggia come viver si può /s’è si forte il calor, durante il giorno, /che ti sembra di star proprio in un forno ?!… / Corpo di Giuda ! me ne vo’ s cappare, /alla Napoli mia voglio vol a re … / Tu, intanto, prega il sindaco Carella / Non trascurar la sua città si bella. / Non gli chiedete, no, lo sventramento, / ma solo un pochettin d’innaffiamento, / se no, sul vecchio adagio ognun si poggia, / e dice al forestier. Fuggi fa Foggia !…» 

Come avrete capito, dunque, la fuga che l’avvocato consigliava all’amico era dovuta nient’altro che all’insopportabile afa estiva, che tutti noi ben conosciamo. Solo e soltanto a questo.

E allora vi chiediamo: la calura estiva, per quanto evidente e a tratti insostenibile, è davvero un buon motivo per lasciare questa città?