”Giove a Pompei”: l’insolita operetta di Giordano e Franchetti piace ai foggiani

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Sergio Vitale interpreta Giove

Rappresentata nel 1921, Giove a Pompei era sparita dalle scene. Dopo 96 anni torna a risuonare

Nella produzione operistica di Umberto Giordano – 11 melodrammi e 2 opere incompiute (una delle quali, l’Enea, era stata suggerita da Mussolini nel 1934 per il bimillenario della nascita di Augusto) – spicca un’operetta, Giove a Pompei, assente dai palcoscenici da ben 96 anni, ma riportata in scena venerdì 5 maggio al Teatro Giordano di Foggia. L’operetta, rappresentata nell’ambito delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della nascita del Maestro foggiano, è stata eseguita dall’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Foggia (diretta da Gianna Fratta) e dal Coro Lirico Pugliese (diretto dal M° Agostino Ruscillo).

Giove a Pompei è stata composta a quattro mani insieme al barone Alberto Franchetti, modesto compositore torinese, ricordato soprattutto per aver concesso il libretto dello Chénier a Giordano (Illica l’aveva scritto per lui, subito dopo il successo della Bohéme pucciniana), ma tra i suoi meriti v’è anche quello di essere stato il primo a musicare un dramma dannunziano (la sua Figlia di Iorio risale al 1906, ma la sua Mila di Codra, più che essere divorata dalle fiamme, muore soffocata dall’insignificante wagnerismo dell’autore mescolato ad un esausto gusto verista).

L’operetta giordaniano-franchettiana ha per protagonista una divinità, Giove (ma insieme a lui c’è anche Ganimede, che porta a spasso un’aquila, debitamente tenuta al guinzaglio). Dei e altri personaggi mitologici, però, compaiono anche in altre operette (composte tra il 1858 e il 1871, mentre il soggetto di Giove a Pompei risale al 1897): le due operette più famose (e più belle) di Jacques Offenbach, re incontrastato dell’operetta francese, ruotano attorno alle vicende degli dei dell’Olimpo (Orpheé aux Enfers) e degli eroi dell’Iliade (La belle Hélène), ma anche Franz von Suppé ha dedicato una delle sue operette più fortunate, La bella Galatea, al mondo mitico (qui si racconta di Pigmalione, che s’innamora di una sua scultura, Galatea appunto). La novità, però, è data dall’ambientazione: Pompei.

La partitura presenta, senz’ombra di dubbio, numerosi limiti, dovuti soprattutto alla scrittura a quattro mani: l’eccessivo gusto per la parodia (da Mozart all’Aida di Verdi) è stancante e denota una scarsa originalità (ma ricordo che Offenbach nella sua terza operetta, Pepito, fa cantare al protagonista uno stralcio della cavatina di Figaro, Largo al factotum, dal Barbiere di Siviglia di Rossini); la banalità di certi numeri – si pensi al valzer di Lalage, tremendamente ingenuo e superficiale, o allo scialbo balletto del secondo atto (fortunatamente ravvivato da cinque splendide ballerine) – rivela la limitatezza dei due autori, privi della verve necessaria per la composizione di operette; infine è da ricordare la presenza, estremamente sovrabbondante e dispersiva, di alcuni numeri musicali totalmente inadatti ad un genere ”leggero” (leggerezza non è sinonimo di superficialità – ce l’ha insegnato Calvino nella prima delle sei Lezioni americane). D’altro canto, però, non mancano numeri originali, incisivi e particolarmente degni d’essere menzionati: il duetto Del cor imperatrix; il coro delle serve e dei pompieri; il bel preludio all’atto secondo, composto secondo gli stilemi barocchi (di fatto, però, il risultato è una caricatura di tanta musica settecentesca); il terzetto di Giove-Ganimede-Lalage, con i suoi toni fortemente melodrammatici; e il magnifico finale dell’atto terzo, in cui il coro si abbandona ad un dolce valzer, seppur brevissimo.

Una scena dal primo atto (foto di Franco Cautillo)

La rappresentazione è stata a dir poco perfetta: dalla regia di Cristian Biasci alla direzione di Gianna Fratta, fino alle magnifiche scene di Francesco Gorgoglione e ai costumi di Diego Pecorella, la serata si è svolta nel migliore dei modi. Il pubblico ha apprezzato soprattutto le arie solistiche (mi riferisco in particolare al Lamento di Giove, interpretato egregiamente dal baritono Sergio Vitale, e alla romanza di Lalage, O dolci giorni del mio puro April, interpretata dal soprano Daniela Bruera), ma al termine della rappresentazione sono stati tributati applausi vivissimi a tutto il cast (non possiamo non menzionare, oltre a Sergio Vitale/Giove e a Daniela Bruera/Lalage, Matteo D’Apolito, abilissimo nei panni di Parvolo Patacca, truffaldino direttore degli scavi di Pompei; Orazio Tagliatela Scafati, magnifico Ganimede; e Graziano De Pace, che ha portato in scena Macrone, il simpaticissimo barbiere e direttore delle terme a cui sono affidati alcuni dei più esilaranti momenti dell’intera operetta). Dopo ben 10 minuti di autentica ovazione, la serata si è conclusa.

Non possiamo non ringraziare l’Amministrazione Comunale, il Conservatorio di Foggia e il suo instancabile direttore, il M° Di Lernia, Gianna Fratta e il M° Dino de Palma (su loro impulso, nell’autunno del 2008, Casa Ricordi ha accettato di ristampare le parti orchestrali dell’operetta a partire da una partitura miracolosamente sopravvissuta), l’Accademia di Belle Arti, l’Università di Foggia, la Fondazione Banca del Monte di Foggia, la Fondazione “Apulia Felix”, Amiu Puglia e il Teatro Pubblico Pugliese: Giove a Pompei – tassello necessario per comprendere il percorso artistico di Umberto Giordano – non sarebbe potuta tornare in scena senza il loro grande impegno.