“Il giorno del girasole”: “l’ecosistema” foggiano durante i bombardamenti



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“Il giorno del girasole” ritorna al teatro: Luca Cicolella ricorda suo nonno e la sua città al Teatro Giordano. Crea un’ecosistema equilibrato e armonioso oltre la sopravvivenza.

Non tutto il teatro di oggi può essere definito “ecosistema”.
L’ecosistema è un sistema autosufficiente in equilibrio dinamico, un complesso organico e funzionale. “Il giorno del girasole” lo è fin da subito.

Luca Cicolella non poteva sbagliare. Non poteva sbagliare perché, legato geneticamente ad un copione, quello di suo nonno, aveva tra le mani qualcosa di grande. Qualcosa che non rappresentava e che non rappresenta solo uno spaccato foggiano duro e sublime, ma che rappresenta un’eredità, una promessa fatta a suo nonno da lontano, un testamento portato in scena anni fa, duro a morire, perché la famiglia fa sempre questo, tiene in vita non solo le fortune e i dolori dei propri antenati, ma porta avanti un pezzo di messaggio, un pezzo di storia di chi ci ha preceduto. “Il giorno del girasole” fin da subito non assomiglia per niente ad un’opera stanca riportata in scena con troppi compromessi. Fin da subito, “Il giorno del girasole” è un’opera audace e complessa perché da una parte è la storia del talento di una famiglia, è la storia di un affetto e di un amore, è coesione, tutta tramandata dagli anni della guerra fino ai giorni nostri. Complessa perché oltre ad essere un collante familiare, oltre ad essere un documento affettuoso e viscerale, è anche una storia che si allarga con furore a tutto il dramma foggiano della seconda guerra mondiale.

“Il giorno del girasole” inizia con delle giovani che corrono, la scenografia è una ferrovia fotografata scarna, c’è un cartello in alto, c’è scritto Foggia lì sopra. Si respira polvere, le bombe cadono, le giovani continuano a scappare. Ci sono subito dopo, personaggi segnati dalla guerra, destinati al destino, creatori loro stessi del loro “Onnipotente”. I vincitori e i vinti muoiono lo stesso. Perché la guerra fa questo. C’è in due atti e due tempi diversi, la voglia di raccontare due storie d’amore. Una che sta partendo per il fronte, l’altra che si avvia alla sua vecchiaia. Qualsiasi età ha bisogno del suo amore! Ci sono personaggi che non vedremo più dopo un quarto d’ora dall’inizio, ci affezioniamo fin da subito, moriranno perché c’è un Dio che comunque benevolo ha compiuto il suo rito sacrificale. Perché Dio sa qual è il compito della guerra, e la guerra l’abbiamo creata noi uomini!

Luca Cicolella, accompagnato dalla carismatica compagnia del “Teatro della Polvere”, aiutato in regia da Mariangela Conte, sembra maneggiare un copione ereditato da suo nonno come fosse suo. In prima fila la sua famiglia a tenergli la mano da lontano, quando lui stesso decide di ritagliarsi una parte chiave sul palcoscenico, poliedrico com’è, pieno di amore restituitogli dall’autenticità del passato, con la testa-ingranaggio sul presente, con lo sguardo commosso mentre il sipario alla fine si apre e si chiude con il traguardo del suo talento rivolto al futuro.

Luca Cicolella non solo riesce a traslare temi e compromessi narrativi alla dialettica teatrale di oggi, crea fortemente un ecosistema, dettato non solo dai suoi cari, ma anche dalla bravura del suo cast, dello scenografo, delle musiche. Fa anche il verso al miglior cinema di De Sica intrecciandosi senza disinnescare mai il potere delle suo bombe, che non solo quelle fisiche su Foggia, ma che sono anche quelle della memoria, del sentimento, del ricordo immediato e urgente. In un secondo atto più oscuro, più remoto, ricorda il miglior cinema tedesco di Fassbinder contro la guerra, contro lo stato, contro l’abbandono. Riesce a creare una sinergia, luci erotiche contro il clamore dell’orripilante. Fa suonare un violino, tra bocche da bar e balli ubriachi pregni di nostalgia e di malinconia, un po’ imbevuti del teatro di Brecht e la pellicola svedese di Roy Andersson. Ci regala un finale corale di anime, che vivono ancora, nella mente e nel cuore di chi fuori e dentro al teatro ieri è stato presente.

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