Legalità: Maria Falcone parla dell’importanza della giustizia

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L’attenzione della società civile sulla giustizia può sicuramente fare molto e non far sentire isolato il magistrato che decide di stare dalla parte giusta

La legalità – afferma un documento della CEI del 1991 – è «insieme rispetto e pratica delle leggi». Non solo rispetto di norme imposte dall’alto, ma pratica quotidiana di regole condivise. Così intesa – continua il documento – «la legalità è un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune».” Un’esigenza fondamentale”: fondamentale diventa allora educare ed educarci alla legalità, o meglio alla responsabilità. La legalità non è infatti un valore in quanto tale: è l’anello che salda la responsabilità individuale alla giustizia sociale, l’io e il “noi”. Per questo non bastano le regole.

Le regole funzionano se incontrano coscienze critiche, responsabili, capaci di distinguere, di scegliere, di essere coerenti con quelle scelte. Il rapporto con le regole non può essere solo di adeguamento, tanto meno di convenienza o paura. La regola parla a ciascuno di noi, alla propria coscienza individuale: in ballo c’è il bene comune, la vita di tutti, la società. L’educazione alla legalità si colloca allora nel più ampio orizzonte dell’educarci insieme ai rapporti umani, con tutto ciò che questo comporta: capacità di riconoscimento, di ascolto, di reciprocità, d’incontro, di accoglienza. Nella consapevolezza che la diversità non solo fa parte della vita ma è la vita, la sua essenza e la sua ricchezza. Già Giovanni Paolo II, parlando a Napoli nel 1990, rilevava la grave crisi maria-falconedi legalità dell’Italia.

«Non c’è chi non veda – disse – l’urgenza di un grande recupero di moralità personale e sociale, di legalità. Sì: urge un recupero di legalità». Sono passati più di 20 anni, ma quel monito resta fortemente attuale. E non solo pensando al crimine organizzato, tutt’altro che sconfitto e anzi, in certi contesti, rafforzato ma anche a quelle forme di illegalità verso le quali non c’è sufficiente attenzione e condanna: costumi e malcostumi assunti da chi sta al vertice delle cariche politiche, i cui comportamenti si ripercuotono negativamente sull’opinione pubblica ancora mancante, talvolta, in capacità critica e di giudizio. Fondamentale nella sensibilizzazione alla cultura della  legalità e alla lotta alla mafia risulta l’operato di Maria Falcone, che si è subito dimostrata disponibile nel rispondere alle domande precedute da alcune battute del dramma Corruzione al palazzo di giustizia, di Ugo Betti ancora oggi di forte attualità.

-“La gente fa finta di credere che tutto resti importante per secula e seculorum, e si possa sempre ritrovare il filo di tutto…e invece ci pensano i tarli e i topi del  vostro cimitero, non è vero? Non sono solo i tarli e i topi, sono gli stessi interessati per primi, ad annoiarsi e a pensare ad altro. La gente si annoia e pensa ad altro molto facilmente.” (U. Betti, “Corruzione al palazzo di giustizia”, atto primo)

Signora Falcone, dal 10 dicembre 1992 , anno della nascita della “Fondazione Giovanni e Francesca Falcone”, ha avuto il sentore che la gente, l’opinione pubblica, si stesse allontanando e disinteressando alla cultura della legalità?

Maria Falcone: Non direi che la gente si è allontanata dal 1992, anzi al contrario, posso dire che nella società, nella parte migliore di essa, è avvenuto un fatto inaspettato, di segno opposto. Infatti, subito dopo la morte di Giovanni, il 23 maggio 1992, la parte onesta dei cittadini palermitani si è sentita abbandonata e senza speranza. Ma proprio da quella disperazione, che è stata anche la mia disperazione e quella della mia famiglia, è nato un sentimento collettivo di “rabbia”, un sentimento molto forte che ha fatto reagire quella parte della cittadinanza e l’ha portata ad alzare i capo dicendosi che “non poteva finire così”! La società indignata ha preteso giustizia, legalità ed è diventata attore civile per rivendicare questo suo diritto.

“Nel palazzo si respira un’aria pesante. Il palazzo poi è la miniera, è il pozzo, è il nido del malcontento, dei sussurri. Comincia uno, a spargere calunnie, l’altro seguita, il giorno dopo sono dieci, venti : è come una CANCRENA che si allarga. E poi i giornali subdoli, i partiti, gli intrighi. Io sento in tutto questo una cupa volontà, una manovra.” (U. Betti, “Corruzione al palazzo di giustizia”, atto primo)

Suo fratello le hai mai confidato di sentirsi solo, di essere spesso circondato da persone che invece di aiutarlo, tendevano a delegittimare il suo lavoro?

Maria Falcone: quello che lei descrive riguarda in massimo grado quanto mio fratello ha sofferto al termine del Maxiprocesso quando nel 1988 Antonio Caponnetto che era alla guida del pool antimafia ha lasciato il pool ed è ritornato a Firenze. La generale aspettativa che Giovanni ne prendesse il posto per la sua capacità di indagine è stata disattesa e il Consiglio Superiore della Magistratura ha nominato alla guida dell’ufficio istruzione Antonio Meli, con cui è iniziato lo smantellamento del pool. Meli che non vedeva nella mafia una organizzazione unitaria, ha frantumato i processi e divisi nei vari uffici, col risultato disastroso di far perdere il nesso tra vicende che, senza un filo conduttore, hanno perso importanza. Giovanni ha visto buttato al vento il lavoro e i metodi che sono stati costruiti con il pool di Caponnetto. Giovanni scopre di trovarsi in un clima ostile nel palazzo e si rende conto di trovarsi isolato. Ma le massime incomprensioni gli derivano soprattutto dal confronto con il procuratore capo Piero Giammarco, che pure un tempo gli era stato a fianco. Questi ne ostacola sistematicamente il lavoro costringendolo a limiti angusti nella manovra delle indagini. Così nasce in Giovanni la decisione di lasciare il Palazzo di Palermo e di accogliere l’invito del Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli a ricoprire il ruolo di Direttore degli Affari Penali al Ministero di Roma dove prende servizio nel 1991. Come può vedere mio fratello non ha permesso che l’ambiente ostile si mutasse in un alibi per l’inazione, ma ha sempre cercato delle strade alternative che gli permettessero di continuare ad essere operativo servitore dello Stato.

“Nel palazzo serpeggia un certo disservizio, una certa indulgenza per i furbi. Il palazzo è un tantino il paradiso dei furbi. Il ministro non si preoccupa del frati negligenti. Egli pensa che ben nascosta sotto qualcuna delle tonache di cui avete parlato, debba esservi la piccola rosea pustola della lebbra. Corruzione. Noi cerchiamo un lebbroso.” (U. Betti, “Corruzione al palazzo di giustizia”, atto primo)

Signora Falcone, ha avuto modo di verificare in prima persona una certa indulgenza nei confronti dei “colpevoli”? Tutti hanno pagato? La giustizia sta procedendo nella giusta direzione o dovrebbe guardare anche “in casa sua”, tra gli stessi collaboratori di giustizia?

Maria Falcone: non credo di poter rispondere in merito alla sua domanda se tutti hanno pagato. Sicuramente con il lavoro del pool antimafia si è aperta una nuova stagione nella giustizia e per la prima volta nella storia d’Italia sono finiti in prigione i mandanti degli omicidi e non solo la bassa manovalanza della mafia. Credo molto nel lavoro di equipe che è stato sperimentato con il pool. Anche i risultati successivi alla morte di mio fratello con l’arresto di Salvatore Riina nel 1993 e l’arresto di Bernardo Provenzano nel 2006 ci lasciano ben sperare in un futuro di giustizia. Per quanto riguarda la preoccupazione all’interno del Palazzo di giustizia ci possono essere giudici collusi con la mafia questo accade perché la mafia fa di tutto per corrompere i giudici a suo vantaggio e non possiamo illuderci che dall’oggi al domani questo non succeda più. Ma l’attenzione della società civile sulla giustizia può sicuramente fare molto e non far sentire isolato il magistrato che decide di stare dalla parte giusta.

“Fu così che quel giudice pose al servizio di un padrone e dell’ingiustizia una mente acuta e dominatrice. Inquinò l’intero palazzo, ma il nostro uomo sapeva bene di falsare la sacra bilancia della giustizia. In nome di che cosa? L’essere fuori dal gioco?

Non si è mai fuori dal gioco. Il segreto per scoprire quell’uomo, è di essere lui. Guarda questa mano, mi costa un certo sforzo, trattenermi dal pulirla, mentre essa è già perfettamente pulita.” (U. Betti, “Corruzione al palazzo di giustizia”, atto secondo)

Sandro Pertini diceva: “Chi entra in politica, deve avere le mani pulite”. Era il 1980, e l’allora Presidente della Repubblica commentava così l’inchiesta portata avanti dalla Procura della Repubblica di Milano. Le indagini portarono alla luce un sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti ai livelli più alti del mondo politico e finanziario italiano detto Tangentopoli. Furono coinvolti ministri, deputati, senatori, imprenditori, perfino ex presidenti del Consiglio. I Partiti  storici ne uscirono fortemente ridimensionati, dando inizio a quella che viene definita “La seconda Repubblica”. In quegli stessi anni, Giovanni Falcone, entrava a far parte del pool antimafia che ha portato alla “celebrazione” del famoso Maxiprocesso di Palermo. Come si sentiva suo fratello alla fine del processo?

Maria Falcone: Penso che in quel momento Giovanni condividesse con i colleghi la grande gioia perché la fatica di quegli anni di indagine non era stata vana perché i giudici erano riusciti a gestire la mole di quel processo e di far arrivare la sentenza nei tempi stabiliti. Poi sentiva fortemente la vicinanza della popolazione, della cittadinanza “Buona” di Palermo che per la prima volta scopre che la mafia non è impunibile. L’intuizione che Giovanni aveva avuto, in un’epoca in cui si diceva che la mafia non esisteva, che la mafia, che Cosa Nostra, esisteva come struttura parastatale e militare e verticistica organizzata e uniti in una organizzazione unica, tesi avvalorata e spiegata nei dettagli nelle fondamentali dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta, avevano portato il loro frutto.

In Corruzione al palazzo di giustizia muore una ragazza, una voce innocente che minaccerà la coscienza del colpevole, senza dargli scampo, costringendolo a confessare.

 “l’idea che egli da stanotte possa ricominciare a essere tranquillo, che il suo passo da stanotte possa ricominciare, qua dentro, a essere autorevole, sicuro, e così la sua voce. Questo mi fa una specie di ribrezzo, di stupore. Come pel quel grido di quella ragazza: non riesco a trovargli posto, nel mondo.” (U. Betti, “Corruzione al palazzo di giustizia”, atto terzo)

Lei per prima, il suo mandato, la sua missione sono il “grido” di chi non si piega, di chi crede ancora nella giustizia, di chi vuole portare avanti il programma di un uomo che ci rende orgogliosi di essere italiani. Lei “quel posto nel mondo” lo ha trovato e sta facendo in modo che diventi il posto di tutti. Lei è impegnata a tener vivo il ricordo di Giovanni Falcone e a sensibilizzare i più giovani sui temi della legalità e alla lotta della cosiddetta “onorata società”. Che risposte riceve?

Maria Falcone: Sin dal ’92 ricordo ancora con grande commozione la pioggia di biglietti che ricoprì le fronde dell’albero cresciuto difronte alla casa in cui mio fratello abitava con sua moglie Francesca, un Ficus Magnolia, oggi conosciuto appunto come “ Albero Falcone”, che si riempì di bigliettini di cittadini di Palermo e di tutta Italia. Io da parte mia pensai che potevo fare qualcosa in quel momento, per me stessa, per la memoria di mio fratello e per la mia città, era quella di dedicare il mio operato all’educazione dei giovani. L’unica via d’uscita che vedevo era di educare le menti ancora chiuse dalle loro abitudini, a essere critiche verso la società, era a loro che dovevo parlare di mafia e di che cosa ciascuno di noi può fare per sconfiggerla. Posso quindi dire che da quando realizzo con la Fondazione Progetti di Legalità con le scuole sento una grande partecipazione non solo da parte dei docenti e dei ragazzi , ma proprio dalle famiglie e dalla società civile, dalla sua parte migliore, che si riconosce in questi progetti. Direi che in generale l’attenzione alla cura della legalità dal ’92, fortunatamente è cambiata, c’è maggiore consapevolezza dei danni sociali ed economici portati dalla mafia e dell’importanza di sconfiggerla per avere un’economia sana e per garantire un futuro ai nostri giovani.

La legalità si coltiva costruendo una società viva, accogliente, eterogenea, formata da persone che sappiano vedere negli altri non un potenziale nemico ma un possibile amico. Una società dove l’io e il noi non sono contrapposti e la vita delle persone sia custodita e alimentata, non impiegata come strumento di potere, di sfruttamento, di profitto. L’educare nasce dentro questo orizzonte che salda la dimensione della convivenza alla cura della singola vita nella sua unicità. Ed è propriamente un con-durre (ex-ducere) ogni esistenza fuori dal guscio degli istinti perché possa, nella libera espressione della sua diversità, diventare un bene per se stessa e per la società di cui fa parte. Educare è questo svestirsi di ogni ruolo e funzione per incontrare gli altri fuori dagli schemi, dai percorsi battuti, dalle scorciatoie. Non è un atto di potere, ma di attenzione. Ci si educa insieme, si stabilisce insieme delle regole, insieme ci si assume delle responsabilità. “Insieme” è la parola chiave dell’educare.