Loro 1: il mondo-figlio di Berlusconi raccontatoci dal premio oscar Paolo Sorrentino. La recensione della prima parte del dittico su Berlusconi

Poco tempo fa, si parlava tra amici. Ci si domandava se guardando un film, tirandone fuori le conclusioni all’uscita, il regista sarebbe stato d’accordo con noi. O per lo meno, più precisamente, se alcune scene per noi avessero la stessa funzione che avrebbero avuto per il regista. E’ difficile, oggi, con il cinema di Sorrentino, creare quel discorso. Domandarsi, chiedersi, celebrarlo o meno, come uno dei registi più capaci della nostra nazione. E’ difficile perché a tratti il discorso di Sorrentino lascia interdetti in Loro 1. Rimandando ad un’analisi più accurata dopo aver visto la seconda parte, le prime impressioni sono queste.

Inizia con una capra, Loro 1, ultima opera di Sorrentino divisa in due parti, la prossima parte, la seconda, la vedremo nei cinema il 10 maggio. Una capra, dicevamo, che stramazza sul pavimento per il freddo. In televisione Mike Buongiorno e il suo show “culturale”. Ci allontaniamo ben presto da quella bestia, per affrontarne delle altre. Perché quella capra? Perché il climatizzatore rotto? Perché soprattutto, le pubblicità da macellaio di un Mike Buongiorno che presenta i salumi come se proponesse un quiz?

Sorrentino passa, con una soluzione di montaggio, ai suoi animali preferiti: gli uomini. I “Loro” del film. I “Loro” che forse a differenza di Silvio, osservano il vuoto da vicino. Prostitute, papponi, cocainomani, che non stramazzano mai. Né per il caldo, né per le loro imprese ridicole, così tanto inette e decifrabili, da sembrare quasi vitali, da appartenere ad un mondo colorato più che grigio. Quel mondo dove tutto si vende, dove l’unica certezza non è neanche più la sessualità o il piacere, ma il prezzo e il tempo che ha quel brivido terminale, breve. Perché sì, se ne vedono davvero tante di tenere eiaculazioni, di coiti interrotti. Si vede tanto piacere, anche esso, prostituito e “prostituibile”. Tutto è a nome del potere, quel potere di cui Sorrentino parla da anni. Quel potere che però ha più a che fare con l’attesa, che con l’incontro.

Tutti infatti, ricercano Berlusconi, tutti “loro” lo desiderano, tutti “loro” vorrebbero esserlo, la vita inizia proprio lì. Inizia quando l’esodo ha inizio. Da Roma in Sardegna per riconoscerlo e per riconoscersi. Perché tutti “loro” sono Berlusconi, o almeno hanno pezzi della sua costola. Non è un caso che il premier esca dopo un’ora quasi e un quarto. Sorrentino lo fa materializzare travestito da odalisca. Lo rende “mitico” nell’attesa concessaci. Lo rende sordidamente “tenero”, all’oscuro di chi, dall’altra parte ha intrapreso un viaggio per lui, sapendolo padrone ancora di Italia, sapendolo però anche vulnerabile dello stesso mondo che ha creato.

Cosa sono i “Loro” di Berlusconi se non la sua nemesi? Creature fecondate dal suo stesso seme, esseri predominanti, bramosi di nullità, romanticamente teneri e viscerali, quando dopo essere stati ammantati da rifiuti stradali si impasticcano in una pioggia di MDMA. I suoi figliastri, tanti Berlusconi che si tatuano sul sedere la sua faccia con quel sorriso sempre prossimo alla sua falsa beatitudine. E cosa fanno i figliastri? O i figli in generale? Ammortizzano quella paternità, parlano sempre a nome dei padri, si identificano nei padri per poi oltrepassarli, commedianti di una vita palcoscenico senza codice genetico, senza affetto.

Berlusconi li sente da lontano, bramoso ancora di potere, illuminato e solo brevemente oscurato da Sorrentino. Sente i suoi figli arrivare ad un “Lui” disgregato da una vita matrimoniale stanca. Sente quella giovinezza tanto cara a Sorrentino arrivare da un’altra imbarcazione. Soprattutto sente il vuoto avvicinarsi, la sua fine, il suo crollo davanti a mille telecamere. Il bunga bunga è vicino, ma aspetteremo la seconda parte.

Quella capra immolata al freddo, poi ci ritorna subito in mente a fine film. L’avevamo quasi dimenticata tra festini, ecstasi e donne da macelleria. Quella capra-Berlusconi che stramazzerà sconfitta, con quel vago senza di entusiasmo della calura, il piacere breve della giovinezza degli altri. Stramazza fin da subito Berlusconi, tra corollari d’amore per Veronica con l’aiuto di Concato e quel poco potere che gli è rimasto: la sfrenata voglia del suo breve e perpetuo sesso, quell’amplesso furtivo e senile al tramonto che segnerà la sua fine e la sua derisione.