Non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti



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se ne vanno tutti
se ne vanno tutti

Tra l’ultima cartellata e l’albero da mettere in soffitta, prima o poi se ne vanno tutti

Ormai è quasi una settimana che la Befana si è portata via le ultime cartellate e mandorle atterrate. Da qui se ne vanno tutti. Chi era sceso per le vacanze, ha ripreso il treno ed è andato di nuovo via, come se fossero stati tutti spettatori di un film che va visto solo nelle ricorrenze importanti. Perché Foggia, in fondo, è come un film, che vedi e rivedi ma non trovi mai il lieto fine, nè tantomeno capisci bene la trama. E allora lo lasci lì ad impolverare, nello scaffale della presunzione che di quel film conosciamo a memoria i dialoghi.

Foggia è ripiombata a piè pari nella sua angosciante routine, tra qualche furto di auto e qualche sgombero di case abusive. Siamo ritornati nel solito struscio in piazzetta, persi nei cicchetti e nella morsa della noia. Abbiamo ripreso a vivere e sopravvivere, con una naturale propensione alla sofferenza tipica di chi non sa come uscirne. Gli altri non ce l’hanno fatta, o forse non hanno avuto il coraggio. Quel coraggio che hai, o che comunque a forza ti fai venire, di assistere una persona malata, schizzoffenica, in preda a continui raptus di follia.

Qui sembra tutto così scontato, così eternamente perduto. Si ripiomba costantemente sugli stessi problemi, si annaspa nella totale assenza di qualsivoglia forma di “auto-medicazione”. Ci facciamo del male, e ci piace anche. Un masochismo tetro e sinistro che non abbiamo idea dove abbia messo radici. Qui è molto più facile scappare che rimanere. Restare qui è una ammissione di colpa che ci sta stretta, che non accettiamo. Prendiamo la valigia, gli insaccati sotto vuoto e le lacrime di mamma, e partiamo.

Lasciamo tutto e tutti, tanto ci rivediamo alle feste comandate. La gente è di nuovo passata in armeria, si è rimessa il coltello tra i denti e continua a camminare sotto terra, nella fogna. In quella maleodorante presunzione di essere comunque e a prescindere i migliori. Che Foggia non la merita, meriterebbe Milano, Torino, o forse Roma. Dove muori e nessuno se ne accorge. Dove vivi, e altrettanto nessuno se ne accorge. Qui è così difficile sopravvivere. Con maniacale precisione, subito dopo le feste, Foggia si rituffa nella sua quotidianità.foggia1

Beh, ogni città lo fa direte voi. Ma qui c’è qualcosa in più, Foggia si rituffa nei problemi di sempre. Nei via vai di auto e motorini parcheggiati in doppia fila, nell’arroganza e negli sgomberi, nei pullman che fanno ritardo e nei centri commerciali affollati da gente che non sa dove andare. Fai un passo in centro e potresti non tornare a casa, guai a guardare storto quello che non ti ha dato la precedenza, non sai mai chi puoi trovare dall’altra parte. Foggia è un’eterna scontenta, una donna fastidiosa e rompi palle che non ti da tregua. Neanche quando dorme, soprattutto quando dorme. Ti colpisce alle spalle, ti spaventa e ti fa saltare in aria.

Foggia è quella canzone triste che non vuoi ascoltare in macchina, che se ti capita per radio la vuoi cambiare subito. Foggia è quella poesia incompiuta, ferma al primo rigo, perché poi non sai che scrivere. Foggia è il passeggio la domenica per andare a messa, per comprare le paste, la sciarpa rossonera al collo e dopo bestemmiare il calendario perché verra sempre un lunedì. Foggia è le liti sotto al Comune, le minacce ai negozianti e i fiori rubati al cimitero.

Bisognerebbe scappare, tutti! Questo è il pensiero più comune, mandare tutto a quel paese e sparire. Foggia è solo un cornetto caldo il sabato sera prima di andare a dormire, la sua gente lo zucchero a velo che soffi via per non sporcarti. È solo un’eterna illusione. L’illusione che qualcosa possa cambiare, allora meglio andare via. Poi via ci vai, cambi città e vai a studiare fuori. E Foggia, all’improvviso, diventa la canzone che vuoi ascoltare, a ripetizione. Il cornetto caldo che mangeresti il sabato, ma anche gli altri giorni della settimana.

Quel via vai di gente e visi conosciuti in piazzetta, quel cicchetto poggiato sul tavolo del bar o quella chiacchierata sotto casa prima di salire. La moglie che ti ha tradito, ma dalla quale torneresti mille volte ancora. La sua gente, i suoi palazzi e le sue strade, all’improvviso ti mancheranno da morire. E allora la ascolterai per ore ed ore quella canzone, che parla di un amore non corrisposto, di un sentimento troppo forte per poterlo vivere con gioia, quasi fosse un peso. Proverai a nasconderti, a rinnegare le tue origini.

Ma Foggia ti entra dentro, una terra di sangue e rose. Di compiaciuti Forza Foggia e speranzosi “vedrai che si sistema tutto”. Foggia ha quel ritmo tribale che ti entra nelle vene, che riconosceresti a migliaia di chilometri di distanza. E quando torni, ti sembra di vedere il paradiso. Poi te ne vai, le feste finiscono. Ma ti porti dentro il sapore amaro di una città incerta, persa nelle sue convinzioni malsane.

Ma con la quale, nonostante tutto, ci faresti l’amore sempre. E che dentro al portafogli, tieni dietro solo all’immagine del Santo. Quello a cui ti affidi, la città da cui comunque torni. E ci appoggi la testa, ti lasci accarezzare. Nonostante lei per gli altri sia solo una sgualdrina, incapace di amare. Ma che poi, guarderai con le lacrime agli occhi quando il treno partirà e inizierai solo ad intravedere il cartello “Foggia”. Perché tanto lo sai, come la metti metti, alla fine qui devi ritornare.

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