Omosessualità & fede: intervista a Giorgio Ponte



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Giorgio Ponte è uno scrittore con tendenze omosessuali di fede cattolica. In passato insegnante di religione, adesso autore del blog “Liberi di Amare” e scrittore di romanzi, tra i quali “Io sto con Marta”, “Levi” e “Giairo

Ci ha concesso una lunga ma assolutamente interessante intervista che, considerati i forti spunti di riflessione, non possiamo che riportare per intero.

Da cosa e dove è nata l’esigenza di raccontare la tua esperienza di vita?
Molte cose si sentono raccontate da alcuni anni sull’omosessualità. Per lo più esse sono false o quantomeno parziali. Ero stanco di sentire raccontare falsità che sapevo per esperienza diretta essere tali. Ero stanco di sentire parlare a mio nome i movimenti LGBT per i “diritti” di una sottospecie di “razza” data del desiderio sessuale alla quale non ritengo di appartenere. Come scrisse Einstein sui moduli di espatrio in America alla voce “Razza”: Umana, questa è l’unica razza a cui appartengo. Non sopporto di essere considerato meno che questo: un uomo che non vuole trattamenti di favore o diritti speciali per vivere una menzogna conclamata: “tu sei omosessuale, e quindi diverso dagli altri davanti alla legge.

Questo era l’inganno: sono le leggi ad hoc a rendermi diverso, non il fatto che non ci fossero. Non sopportavo la menzogna di chi dice di difendere la dignità degli omosessuali, quando in realtà fa miliardi vendendo sesso a queste persone, rendendole dipendenti da dinamiche e relazioni fallimentari fondate sul bisogno e la disperazione. Così ho capito che finché non ci fosse stato qualcuno che viveva quella fragilità a testimoniare qualcosa di diverso, migliaia di fratelli avrebbero continuato a patire ingannati da quelle menzogne.

Ho deciso di raccontare la mia storia per dare la possibilità, a chi volesse, di sentire un’altra verità, l’unica a mio parere che non smentisce se stessa. Qualcosa che io ho patito anni per scoprire: l’omosessualità non è innata, non è un’identità, e può mutare. Certo questo non vuol dire che debba mutare. Il fine non è cambiare orientamento a tutti i costi, ma acquisire una sempre maggiore libertà, ascoltando i desideri profondi del nostro cuore che si celano dietro al desiderio omosessuale. Non per “diventare eterosessuale”, ma per diventare Uomo. Per essere liberi davvero. Infatti finché non c’è possibilità di scelta non c’è libertà. E se non mi è dato di conoscere una lettura sulla mia esistenza diversa da quella che tutti gridano, come posso scegliere? Fra quali opzioni scelgo, quando non ci sono opzioni?

Quanto e che cosa del tuo vissuto è presente nei romanzi che scrivi?
Prima che “omosessuale cattolico” come, semplificando terribilmente, mi definiscono alcuni, io sono uno scrittore. Scrivere è stato il primo modo che ho avuto per restituire la bellezza di ciò che avevo vissuto, attraverso la vita dei miei personaggi.

Scrivo per raccontare la Speranza in tutte le sue forme. Perché sento la responsabilità di far fare a chi mi legge una esperienza che li porti, una volta chiuso il libro, a riprendere in mano la propria vita e decidere per qualcosa di nuovo, lì dove magari non avevano il coraggio di mettere le mani da troppo tempo: un lavoro indesiderato, un rapporto malato, un conflitto mai sanato.. Questo è ciò che ho vissuto. Questo è ciò che c’è di mio in ogni storia. Questo è ciò che testimonio da sempre in ogni contesto. Perché anche se sono uno scrittore Cristiano, non serve parlare sempre di Dio per mostrare ciò che Dio fa nella nostra vita.Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt 7, 16). Il frutto della fede è la Speranza, la vita che crede nella gioia anche quando tutto sembra dire che non ci sia nulla per cui gioire.

Come si può vivere l’omosessualità non entrando in contraddizione con la propria fede?
Anche in questo caso girano molte false informazioni sulla posizione ufficiale della Chiesa, dalle quali nasce l’idea di una incompatibilità fra tendenze omossessuali e fede. Da una parte c’è chi sostiene che la Chiesa “odia gli omosessuali”, dall’altra c’è chi usa le parole del Papa per convincere che Essa oggi consideri un rapporto sessuale fra due uomini alla stregua di un rapporto sessuale fra uomo e donna vissuto nel sacramento del matrimonio (o fuori: per gli stessi di solito è in dubbio il valore della castità in sé). Basta che ci sia “l’amore”.

Ovviamente nessuna delle due posizioni rispecchia la realtà. Come per qualsiasi altra fragilità, di per sé l’attrazione omosessuale non è considerata un peccato. Solo la pratica sessuale lo è.

La Chiesa, non considerando le persone con attrazione per lo stesso sesso differenti da qualsiasi altro uomo e donna sulla terra, propone loro la stessa cosa che è proposta a tutti gli uomini e le donne, quale che sia il loro stato di vita. E cioè la castità.

Alcuni di fronte a questo gridano all’ingiustizia, adducendo come motivazione il “diritto” a una vita sessuale (confusa spesso con una vita affettiva, che invece non necessariamente deve essere anche sessuale, nel senso di erotica), che secondo loro in quest’ottica verrebbe negata a persone che “per natura” sono differenti. E tuttavia questa obiezione presenta numerosi equivoci: il primo è far coincidere continenza e castità. Quando la Chiesa propone la castità, non sta proponendo solo la continenza sessuale. La castità non è (solo) non avere rapporti sessuali. È molto di più. È amare senza possedere, gratuitamente per il bene e la libertà dell’altro.

La continenza, in un rapporto che non è di donazione totale come nel matrimonio, è funzionale a questo. Potremmo infatti vivere una continenza sessuale, ma non una vita casta, ogni volta che usiamo gli altri per colmare i nostri vuoti affettivi. Così come, al contrario, nel matrimonio non pratichiamo la continenza, ma questo non preclude la castità matrimoniale nel senso ampio che ho spiegato prima.

Il secondo equivoco è pensare che l’omosessualità sia una natura. Se lo fosse ovviamente qualcuno potrebbe percepire una specie di handicap nell’avere certi desideri, ma così non è. Sia perché l’omosessualità ha delle cause sulla quali è possibile sempre in qualche misura lavorare, sia perché anche nel caso in cui volessimo credere che si nasca in questo modo, la stessa “ingiustizia” varrebbe anche per una persona che per disgrazia rimanesse mutilata dalla vita in giù, o per un uomo o una donna che non trovino nessuno con cui sposarsi, pur essendo laici e perfettamente “funzionanti”.

E questo è il terzo equivoco: chi ha detto che abbiamo diritto al sesso?

Noi siamo chiamati innanzitutto ad amare (il che peraltro, più che un diritto, è un dono e un impegno). Se il sesso coincidesse con l’amore, a nessuna delle persone nelle situazioni sopraelencate sarebbe permesso di amare. Tuttavia così non è, poiché il sesso non è necessario ad ogni forma di amore, e non è detto che significhi davvero l’amore, nell’accezione cristiana. Non a caso Gesù quando parla della forma più alta di amore dice che essa coincide coldare la vita per i propri amici”. L’amicizia è una forma di amore che non è preclusa a nessuno e che non prevede una componente erotico-sessuale. Ma ciò che fa la differenza per ogni forma di amore è proprio quel “dare la vita”, che col sesso spesso non ha nulla a che vedere.

In quest’ottica, con tutte le fatiche le cadute e le dipendenze che possiamo avere, (cui, sia chiaro, non sono esente nemmeno io!), la vita di fede di una persona con tendenze omosessuali non è differente da quella di qualsiasi altro uomo o donna che debba imparare a gestire le sue pulsioni senza esserne dominato, ma senza per questo temerle. Esse parlano di un bisogno d’amore che va ascoltato in profondità, e non superficialmente a livello sessuale.

Un bisogno che va vissuto lì dove siamo, attraverso innanzitutto relazioni di amicizia libere, profonde e non erotizzate con quelli che abbiamo intorno. Chi cerca di vivere questo potrebbe anche condividere l’intera vita con un amico, se tale è, e non ci sarebbe Chiesa che potrebbe dire che questo sia peccato. Con questo scopo alto, qualsiasi omosessuale può usufruire del sostegno di tutti i sacramenti, di cui ha bisogno per affrontare questa sfida: la stessa di un qualsiasi single cattolico che arrivi a cinquant’anni senza aver trovato qualcuno con cui condividere la vita, e che pure, non per questo smette di amare e di essere fecondo per coloro che ama.

Qual è la tua posizione nel dibattito odierno sull’omosessualità e l’identità di genere?
Anche senza entrare nella questione della fede e parlando unicamente dal punto di vista scientifico c’è tutta una cultura mediatica che a livello globale mira a vendere una sola lettura della realtà: “sei nato così; ciò che senti è ciò che sei; asseconda tutto quello che provi senza farti domande sul perché lo provi”.

Questo per me è un sopruso, un abuso di potere, una privazione di libertà che va contro gli stessi principi che dovrebbe affermare. Se devo essere libero di assecondare tutto ciò che sento, fino a mutilare il mio corpo per farlo assomigliare a un sesso biologico che non è il mio, perché non posso essere libero di fare un percorso sulla mia omosessualità per cercare anche di mutarla, qualora possibile, se nei suoi confronti sento un disagio? Perché il mio corpo lo posso rifiutare, ma il mio orientamento devo accettarlo passivamente? Dov’è la logica in questo?

Le teorie di genere mirano a staccare la persona dalla verità iscritta nella sua carne. Alla base c’è l’idea che noi possiamo costruirci del tutto arbitrariamente, senza considerare il limite naturale costituito dal nostro corpo. È vero che noi non siamo solo il nostro corpo, e spesso siamo in grado di superare i nostri limiti. Tuttavia, c’è sempre e comunque un range, un confine di possibilità finite, rispetto a un potenziale infinito di limiti da superare. E rinnegare questo confine significa vivere un illusione, che immancabilmente diventerà frustrazione.

Perché che tu lo riconosca o meno, il tuo corpo viene sempre a chiedere il conto, e se non fai pace con esso e con la natura e la verità su di te che in esso è scritta, non sarai mai felice. In quest’ottica trovo molto più articolate, credibili e coerenti le Teorie Riparative che vedono nell’omosessualità il tentativo che la persona fa, attraverso l’attrazione sessuale, di riparare (da qui il termine) a un rapporto disfunzionale con il proprio sesso di appartenenza.

In altre parole, per ragioni che cambiano da persona a persona, spesso legate alle figure genitoriali, io non so rapportarmi col mondo maschile da uomo (o, da donna, col femminile), ma siccome non posso cancellare il mio bisogno di identificazione con esso, cerco di compensarlo vivendo relazioni sessuali con altri uomini, che però non rispondono al mio bisogno profondo di identità, che non è realmente sessuale. Questa teoria, oltre che essere verificata dall’esperienza di migliaia di persone che ho conosciuto direttamente, non trasforma l’omosessuale in un essere privo di libertà rispetto ai propri desideri, ma lo aiuta a leggerli e a scegliere se assecondarli o no, restituendolo alla propria natura di uomo o di donna e riconducendolo a una matrice comune che non lo rende diverso da nessun altro.

Cosa diresti a chi vive (da cattolico e con tendenze omosessuali) una doppia vita o si nasconde per paura di essere giudicato?
Se avete chiaro dove sta il Bene, non abbiate paura della vostra fragilità e delle vostre cadute: solo chi ha smesso di camminare non cade mai. La vostra battaglia è la stessa di tutti gli uomini. Ciò che conta è che continuiate a combattere. Ciò che conta è quanto siete capaci di riconoscere il Bene e desiderare di viverlo. Racconta a coloro che ami ciò che Dio ha fatto per te. Permetti a Dio di farti fare l’esperienza per la prima volta di cosa vuol dire essere amati in Verità. Solo così scoprirai che quanto hai sofferto può essere dono per gli altri: dalla tua testimonianza, infatti, in piccolo o in grande, può dipendere la salvezza di tante anime che stanno soffrendo come te.

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