A proposito degli ultimi giorni (e non solo) a Foggia

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Foggia: una riflessione sugli ultimi giorni tra il meglio e il peggio, tra violenza e indifferenza nell’ottica di una nuova speranza

In questi giorni, Foggia è al centro dell’attenzione nazionale per atti di violenza. Troppo spesso, ci ritroviamo in testa alle notizie di cronaca nera sulle tv locali e nazionali, ormai noti al grande pubblico per omicidi che si consumano in casa o atti di violenza gratuita tra le mura scolastiche. E quindi ci si ritrova a leggere sempre le stesse notizie con le stesse parole, come evasione”, “aggressione”, “morte”, “sangue in cui cambiano i protagonisti, ma non le dinamiche; cambiano i luoghi, ma non le intenzioni.

Ma, chi conosce bene questa città, chi la vive, chi la percorre, chi ci studia o lavora ogni giorno, sa bene che Foggia è “anche” e non “solo” questo.

Quello che gli altri sanno di noi è che un genitore si è introdotto nella scuola media “Murialdo”, eludendo l’attenzione dei collaboratori scolastici, con l’obiettivo di picchiare il professore che, il giorno prima, ha rimproverato il figlio per un comportamento poco idoneo e dannoso per i compagni di classe. E sanno che quel professore, nonché vicepreside, ha riportato traumi al volto e all’addome (guaribili in 30 giorni, secondo alcune fonti).

Oppure, sanno che a Troia (un paese a qualche chilometro da Foggia), un uomo ha ucciso sua moglie dopo un violento litigio e in seguito ha cercato di togliersi la vita. L’ennesimo femminicidio tra le mura domestiche che cancella la vita di una persona – prima ancora che donna – e lascia orfani di madre due bambini di 8 e 10 anni.

Insomma, quello che gli altri sanno di Foggia, è che è intrisa di violenza. Ma, se si parla di “violenza” quando si picchia un insegnante che fa il suo mestiere o quando si mietono vittime dopo un litigio – in fin dei conti, quando si demoliscono corpi e coscienze -, allora bisognerebbe parlare anche di “indifferenza”, che è una parola diversa, ma non meno pericolosa.

È difficile, ad esempio, essere indifferenti nei confronti di una figura come quella di don Fausto Parisi, scomparso qualche giorno fa. Laureato in Filosofia a Genova, giornalista pubblicista dal 2001, assistente regionale scout, docente – solo per citare alcuni dei tanti ruoli svolti con impegno e costanza – : uno “spirito libero”, che oltre a cercare la verità, la diceva, anche se scomoda. Peccato però che nessuna delle cose sopra citate sia stata menzionata dall’Arcivescovo, durante la sua omelia funebre. Cancellare un ricordo: non è forse anche questa una forma di violenza?

D’altro canto, però,  questa città sa anche rialzarsi, risorgere ancora no forse, ma rispondere alla violenza in modi diversi sì, sa farlo. Lo ha fatto, ad esempio, attraverso le parole di don Luigi Ciotti, che, a metà gennaio, ha incontrato scuole e associazioni per denunciare la mafia foggiana e il silenzio che la nutre. Con parole forti, il prete di Licata, amico di don Fausto, ha sottolineato come l’Arcivescovo avesse fatto solo una “lezioncina mediocre sulla morte”, senza menzionare il suo operato, la sua vita sempre tesa alla verità, testimonianza di altruismo e dialogo con tutti, fedeli e non.

O, ancora, lo ha fatto attraverso le parole della lettera che i genitori degli alunni della scuola “Murialdo” hanno scritto dopo l’aggressione, nella consapevolezza che giustificare i figli e colpevolizzare i docenti è sbagliato.

Questi gesti sono piccoli, forse, ma sono un chiaro segno che, quando si tratta di violenza, parlarne non è un modo per giustificare, ma per riuscire a superare e andare avanti.