A Foggia Hannah di Andrea Pallaoro, storia di una donna sofferta, estromessa dalla propria individualità, che però sceglie di vivere ancora: la recensione

Il cinema deve dare risposte! O per lo meno, questo è ciò che più spesso si dice quando ci si accosta ad un film di qualsiasi genere. Tutti cercano qualcosa che deve essere immediatamente consumato, progressivamente capito. Facendosi domande, dandosi risposte. Ma tutto sommato forse, il mestiere del cinema non è questo, forse neanche lontanamente. Hannah di Andrea Pallaoro, presentato a settembre scorso in concorso al Festival del cinema di Venezia, è la storia di una donna sofferta. Colpevole più che delle sue azioni, degli eventi in cui si è trovata invischiata, è una di quelle donne che la vita l’ha tenuta sempre accanto, sempre al di fuori dal suo bozzolo, impotente della propria messa a fuoco non cinematografica, ma vitale. Hannah si trova sempre vicina, se non a stretto contatto, con le passioni altrui, con i moti romantici e reazionari di chi invece la vita l’ha vissuta e la vive. Ci sono film, come Hannah di Andrea Pallaoro, che si vede fin da subito, sono remissivi nel concludersi, nel chiudere cerchi, rappresentare un finale. Remissivi nel narrare, parlando solo per immagini. A molti potrebbe sembrare pruriginoso, fastidioso, intellettuale. Perché sì, Hannah è un “non racconto” della “non vita” di una donna. Andrea Pallaoro segue Charlotte Rampling continuamente, fuori dal cinema, come se ricercasse il documentario, nei suoi meccanici riti quotidiani, tra un teatro, nel pulire vetri, mettere vestiti in lavatrice nella casa in cui umilmente lavora, indossare vestire degli altri, lavarsi frettolosamente quasi in maniera punitiva. Il corpo, che è messo sempre in evidenza, è un corpo di una martire, una figura cristologica che indossa il peccato del mondo e di suo marito, forse pedofilo, in prigione. Allontanata dal figlio, anche il giorno del compleanno di suo nipote, ritorna a casa. Ci si aspetta sempre, forse per tutta la durata della pellicola, che Hannah getti la spugna. Ma fino alla fine Hannah sembra custodire il dolore, farne una forza per il giorno dopo, rimontarlo come si monta un cavallo, per continuare all’infinito una nuova e costante lotta quotidiana. Andrea Pollaoro, lo si riconosce fin dalle prime inquadrature, Hannah compra fiori, li mette in un bel vaso, che posiziona davanti ad i nostri occhi proprio al centro del tavolo della stanza. E’ un narcisista? E’ compiaciuto della sua arte? E’ asettico quando crea l’inquadratura raffreddata giusta, quando gioca con i riflessi, o con le carrellate in piscina, con le corse e i piani sequenza adrenalinici fino all’ultima scena per innescare un senso di azione, di romanticismo, di impeto che però anche sul finale sembra tacere? No, Andrea Pallaoro è un regista che del cinema ne fa un “non luogo” ineccepibile, stretto al controllo, e lontano all’imperfezione del respiro e della grazia, perché anche il cinema è sempre al di fuori come gli amori folli, le lotte che portano alla pace, la fine di una colpa trasmessa. Il cinema è sempre qualcos’altro, quando Hannah guarda dall’interno di un negozio, quasi nascosta, un ciak con degli attori per strada vestiti da sposi. Il cinema è solo una risonanza che raggiunge il posto mortifero della realtà di Pallaoro, il posto del dolore, della sofferenza. Pallaoro crea una prigione di immagini perfette, campane di vetro, habitat di una donna a cui è stata tolta consistenza, forse per restituirle bellezza, per non renderla mai sterile soprammobile di un primo piano, vetta mai eccentrica, ma sempre dimessa di un arredo arido. Opera trasversale che parte dall’immagine per restituire una grande protagonista, Charlotte Rampling, nella dissolvenza della sua esistenza, facendola rimanere sempre individuo da comparare, da mostrare, da mettere a fuoco, nella sua rabbia di madre cancellata e nel suo amore profondo per la vita recitata e letta sui libri, per dare soprattutto ancora speranza e forza alle donne.