Vincenzo Lanza: un medico “nuovo”

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Vincenzo Lanza
Vincenzo Lanza

La storia di Vincenzo Lanza, noto foggiano, che aveva un modo tutto suo di guardare alla medicina

Di lui, nella nostra città, ci parlano una statua e il liceo classico, che porta il suo nome; la sua storia non riecheggia per le strade foggiane, come accade per altri personaggi storici, ma merita di essere ricordata.

Classe 1784, Vincenzo Lanza – che amava farsi chiamare Vincenzio – nasce a Foggia da un’umile famiglia alle dipendenze del barone don Antonio Saggese. Grazie a quest’uomo, viene mandato a Napoli per intraprendere gli studi giuridici, secondo il volere paterno; il ragazzo li abbandonerà però dopo poco, per dedicarsi allo studio della medicina, la sua vera passione.

Vincenzo Lanza
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Terminati gli studi, grazie al professor Domenico Cotugno, poté aprire una Clinica Medica privata in un ospedale napoletano e cominciò ad insegnare nella sua abitazione privata, situata in via Pignasecca, al numero 61. A soli 24 anni pubblicò la sua prima opera, in Fisiologia, nella quale dimostrò che “la scienza della vita deve essere composta non solo da quella del dinamismo, ma dalla composizione chimica e della organizzazione dei viventi”.

L’ammalato era il suo più grande interesse, pose l’attenzione, in particolare, su i morbi, studiando diversi modi per curarli e debellarli. Questa attenzione alla ricerca di una cura vera che fosse definitiva, per quei tempi, risultò una cosa nuova e questo determinò il suo successo, che raggiunse l’apice con la pubblicazione di un decreto che rese pubblica la sua clinica con il nome di “Clinica dei nuovi esperimenti”. Durante l’epidemia di colera del biennio 1836-37, fece parte di alcune commissioni mediche, che studiarono provvedimenti curativi e preventivi.

La vita politica di Vincenzo Lanza

I problemi, per Lanza, cominciarono nel 1848, quando decise di entrare in politica; dopo la dichiarazione “… il re è una sola persona,; ma noi altri, benchè non siamo che cento, siamo sette milioni, perchè rappresentiamo il Paese intero” da lui rilasciata mentre era in carica come deputato, fu ritenuto responsabile di un manifesto di ringraziamento rivolto alla Guardia Nazionale, contraria alla monarchia.

Così, nel 1853, fu emanata, nei suoi confronti, una sentenza di condanna a morte, dalla Gran Corte Criminale di Napoli, dalla quale fu liberato solo per intercessione dello zar di Russia e della regina d’Inghilterra. Egli poté, così, ritornare in patria a svolgere il suo lavoro.

Morì di apoplessia nella sua casa di via Toledo a Napoli, il 3 aprile del 1860.