WhatsApp e la lingua italiana

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L’influenza di WhatsApp nella lingua italiana. I suoi derivati e la voce dell’Accademia della Crusca

Da questa primavera sarà possibile utilizzare la famosa applicazione “WhatsApp”, che già ha riformato gli ormai vecchi SMS ed MMS, anche per chiamate vocali via web. Grande è anche il ritorno che l’applicazione, creata nel 2009 da ex impiegati della Yahoo, sta avendo a livello economico con la quotazione al NASDAQ (la borsa americana) dell’azienda Facebook Inc. (quasi 8 miliardi di dollari di fatturato) di Mark Zuckerberg che nel 2014 ha acquisito la app. che ad oggi conta oltre 650 milioni di utenti attivi.

WhatsApp (fusione delle parole What’s up? – come va? e App intesa come riduzione di Application) non fa parlare solo l’economia, il web o il mondo del gossip ma, da qualche tempo, anche la nostra rinomata Accademica della Crusca che ha dedicato, rispondendo ad un quesito, parte del suo tempo allo studio del verbo “whatsappare”. Verbo sicuramente parte del linguaggio parlato ma, a differenza dei termini “googlare”, “photoshoppare” e “twittare”, non ancora registrato in nessun dizionario italiano, forse perché a causa del suo limite dovuto al rappresentare un’applicazione presente solo su smartphone ancora non gode di un’ampia condivisione all’interno della nostra società. La stessa organizzazione fiorentina di Villa Medicea di Castello ha inoltre ampiamente argomentato che il verbo può essere utilizzato sia in modo transitivo che in modo intransitivo.

Ultime curiosità, legate alla diffusione dei derivati legati al nome dell’applicazione, sono almeno altri due termini, sempre riconosciuti dall’Accademia della Crusca: whatsappite (termine riconosciuto anche da importanti riviste mediche internazionali) per indicare l’infiammazione del polso dopo un uso prolungato dell’app (caso diagnosticato in Spagna) e whatsappino per indicare il singolo messaggio inviato attraverso l’app.

E chi sa che tra qualche anno anche i più importanti vocabolari italiani come Zingarelli e Treccani possano dedicare qualche riga ad uno dei termini che sicuramente è protagonista dei cosiddetti “anni zero”.